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Smart working promosso dalle imprese

6 Gennaio 2022

L’emergenza sanitaria ha costretto nel 2020 molte imprese ad adottare, in tempi brevissimi, una organizzazione del lavoro “agile” con un ampio ricorso al lavoro da remoto che le persone, anche a causa del lockdown, hanno dovuto svolgere dal proprio domicilio. Una tendenza che resterà anche in futuro, come emerge da un'indagine di Confindustria tra le imprese associate.

L’indagine Confindustria sul lavoro condotta a inizio 2021 rivela che prima della pandemia lo smart working era già presente nel 12,4% delle imprese e coinvolgeva il 14,2% dei lavoratori. In particolare, questa modalità di lavoro era maggiormente presente nei servizi, anche per la natura stessa dell’attività: il 16% delle imprese utilizzava questa forma di lavoro contro il 10,4% nell’industria in senso stretto, coinvolgendo rispettivamente il 16,2% e il 13,1% dei lavoratori. Tra le imprese più grandi (oltre 100 addetti) la quota sale di molto: un’impresa su quattro utilizzava lo smart working già prima della pandemia contro il 13,3% delle medie imprese e il 9,5% delle piccole (sotto ai 10 addetti).

Per il 75% delle imprese associate lo smart working era regolato solo da contratti individuali; per un altro 20% a questi si accompagnava anche un regolamento aziendale che disciplinava il lavoro in remoto, mentre solo per il 4,6% delle imprese il lavoro agile era regolato anche con la contrattazione aziendale.

Cosa è successo con la pandemia?

Durante le fasi acute della crisi sanitaria il lavoro agile è stato elemento fondamentale per continuare l’attività e ancora oggi è un fattore importante per contenere i contagi sui posti di lavoro. Nel 2020 due imprese associate su tre hanno fatto ricorso allo smart working (66,8%), che ha coinvolto quasi il 40% dei dipendenti. Nei servizi lo hanno utilizzato il 73,4% delle imprese, nell’industria al netto delle costruzioni il 64,2%.

 

Cosa succederà in futuro?

Quando l’emergenza sanitaria sarà superata, i lavoratori e le imprese molto probabilmente non torneranno indietro – non del tutto, almeno. Assisteremo anche in Italia a un incremento delle possibilità di svolgere il lavoro in remoto rispetto al pre-crisi. In questo senso va letto il Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile, sottoscritto da Confindustria e dalle altre principali associazioni datoriali e sindacali. Con l’obiettivo di favorire la diffusione di tale modalità di organizzazione del lavoro, è di particolare importanza la richiesta, formalizzata nel Protocollo, di introdurre urgenti misure di semplificazione del regime delle comunicazioni obbligatorie relative all’invio dell’accordo individuale che seguano le stesse modalità del regime semplificato attualmente vigente.

D’altronde, lo smart working “d’emergenza” ha fatto superare molti pregiudizi, ed è stata l’occasione per migliorare le competenze digitali e ripensare molti processi aziendali. Questo è confermato anche dalle opinioni e intenzioni raccolte presso le imprese. Più di un terzo dei rispondenti hanno dichiarato, infatti, che manterranno lo smart working anche dopo l’uscita dalla pandemia. Questa quota sale al 41,1% per le imprese dei servizi; più bassa, invece, come prevedibile dato il tipo di attività, la percentuale nell’industria in senso stretto (31,1%).

Quali sono i cambiamenti da fare per adottare in maniera strutturale lo smart working?

Un lavoro (più) agile porta con sé anche dei rischi. Questi possono essere legati a barriere/ritardi tecnologici, al mantenimento di una adeguata work-life balance e alla necessità di strategie manageriali e di gestione del personale adeguate, tali da garantire un buon flusso dell’informazione (soprattutto di tipo “soft”) e una ripartizione adeguata dei carichi di lavoro. Si dovrà anche fare in modo che le attività più innovative non vengano sacrificate rispetto a quelle più routinarie.

Le imprese che intendono mantenere lo smart working sono consapevoli che ci saranno dei cambiamenti da attuare nella dotazione di capitale fisico, nell’investimento in competenze e nella struttura organizzativa della propria impresa. In particolare, il 39,5% pensa che dovrà fornire ai propri dipendenti attrezzature e piattaforme ICT adeguate al lavoro a distanza. Sarà importante anche formare i dipendenti per rafforzarne le competenze tecniche digitali (23,8%) e trasversali (26,1%). Più della metà delle imprese (56,6%) pensa sia fondamentale richiedere la presenza in azienda in determinati giorni e, anche per questo, riorganizzare gli spazi (28,8%).

Grafico Quali sono cambiamenti da adottare per utilizzare più smart working? - Nota CSC Indagine Confindustria sul lavoro 2021

Per massimizzare i vantaggi dello smart working le imprese dovranno adottare policy organizzative e gestionali nuove. Questo le imprese lo sanno, anche se ancora li considerano investimenti meno importanti rispetto ad altri citati. Meno di una su cinque dichiara di dover investire per formare i manager per rafforzarne le competenze trasversali. Poco più di una su dieci, infine, intende introdurre/espandere sistemi di valutazione e incentivazione del personale.

Per approfondire leggi anche la posizione del Gruppo Giovani Imprenditori di Assoimprenditori Alto Adige.